filosofia, antropologia, geopolitica:
solopensando
dal Podcast Recinto Moderno
Episodio 2
L'individualismo postideologico
La società è fatta dagli individui, ma gli individui fanno ancora la società? O stiamo andando in una direzione di nuovo individualismo, lasciati “soli” dalla scomparsa delle grandi ideologie e sempre più assorbiti dall’”infosfera”?
Ogni domanda sulla condizione della solitudine umana è per sé è interessante, e lo è più di ogni - mai esaustiva - risposta, per indagare “a che punto siamo”.
Se la relazionalità è un tratto fondamentale della nostra natura, questa va pensata anche in funzione dell’esperienza della solitudine, che appartiene ad ognuno di noi in quanto persone, ciascuna unica e pertanto anche “sola” nella sua unicità.
Infosfera è un termine preso in prestito da Luciano Floridi[1], ed è una sintesi efficace per indicare che ormai la nostra vita non si svolge più, con tempi e momenti diversi, fra mondo fisico e digitale: ormai si tratta di un unico mondo, e la nostra esistenza si sviluppa in modo continuo in un ambiente indistricabilmente analogico-digitale (termini non più del tutto opponibili fra loro: anzi, il “digitale” incide sul “reale” i modo sempre più profondo: dai post sui social dei politici che influenzano i mercati finanziari alla guerra cibernetica).
Una breve introduzione era necessaria, ma ora iniziamo questa riflessione non dalla tecnologia, bensì dalle nostre teste. Dalle idee.
Nel recente passato abbiamo conosciuto il diffondersi e soprattutto lo scontro delle grandi ideologie, del loro impatto storico come visto nell’episodio sull’inversione del tempo, ed è importante vedere ancora cosa queste hanno comportato.
Ma cosa sono le ideologie?
In sintesi, non sono altro che “spiegare la realtà con un’idea”. Rappresentano un modello di visione del mondo umano, e della sua evoluzione, che, anche quando divengono molto complicate, è sempre la derivazione da un’idea iniziale, che ci pone in una precisa angolazione da cui guardiamo le cose, e di questa posizione facciamo il criterio guida non solo di osservazione, ma anche di azione sul mondo.
Mi piace molto la definizione di ideologia di Hannah Arendt, una donna intelligente: L’ideologia è la “logica id un’idea”[2], ovvero leggere la realtà attraverso un’unica lente costituita da una “scelta” inziale, un giudizio in base a cui si analizza il mondo in un’interpretazione ben precisa della sua reale varietà e complessità.
Utilizzando un gioco di parole, io preferisco visioni meno costrittive, ma più costruttive: un pensiero è positivo quando si apre, umilmente, alla mai totalmente comprensibile complessità delle cose e costruisce possibili opzioni di interazione col mondo.
Il primo rischio delle ideologie è, secondo me, quello di “semplificare” la lettura delle cose, limitandone la visione a poche premesse da cui far discendere tutto il resto. Attenzione: esistono tesi molto complesse alla base delle ideologie, ma sono espressione di quella tensione iniziale che nasce dalla forza che si è attribuita all’idea originaria ed al giudizio che questa possa essere LA chiave per capire ed agire.
Ma l’aspetto più pericoloso è che questa “semplificazione” o riduzione, in quanto di fatto scorciatoia dl pensiero, attrae più della fatica di non seguire ogni volta metodi interpretativi che sono troppo ideologici, cioè sono prima di tutto attenti a garantire la coerenza fra le premesse dell’ideologia e la visione dele cose che ne nasce, invece che esercitare con sforzo sempre nuovo l’adeguamento alla realtà ed interpretare, volta per volta, “dal basso delle cose e non dall’alto delle convinzioni”.
Certamente, tutti abbiamo criteri, valori e ideali a cui ci rifacciamo e questo è naturale. Ma l’ideologia fa qualcosa di più: standardizza il pensiero critico pianificandone la destinazione, ci dice già dove andare ancor prima di aver messo i piedi sul terreno.
Quindi, proprio in quanto “prefabbricati del pensiero” e per fascino morale, possono attrarre molti.
Dato che le ideologie poi, come visto nel primo episodio del podcast “Inversione del tempo euroatlantica”, sono convinzioni e si traducono in comportamenti conseguenti, il loro rapporto con la storia diventa stretto. E così è stato.
Attraggono le masse, che così incidono sul mondo: non è questo un significato della storia?
Tuttavia, ci possono essere aspetti positivi nelle ideologie: per esempio la loro capacità attrattiva mette in relazione le persone aggregando gli animi, alimentando grandi faziosità (scontri ideologici), ma anche contrastando molte solitudini e incitando all’impegno collettivo.
Questo ruolo sociale latente si è perso con la fine della Guerra Fredda e con la globalizzazione (suo effetto), ma anche con la trasformazione, ancora in corso, della società del consumo.
La progressiva scomparsa dei “forti” confini ideologici, forse ha lasciato più spazio per uno sviluppo del pensiero autonomo, ma proprio questa autonomia ha finito per diventare individualismo.
Inoltre, la rivoluzione della tecnologia digitale, che ha avuto e sta avendo effetti enormi ed è fantastica, forse può anche alimenta questo individualismo, nel senso che oggi possiamo fare molte più cose e comunicare più facilmente e velocemente, e possiamo farlo restando chiusi in una stanza.
E’ cambiata la possibilità sociale: possiamo non sentirci soli anche se non vediamo nessuno fisicamente per ore. Questa condizione la chiamerei “presenza-assenza”: siamo presenti nel mondo ma in assenza di altri. Per cui siamo presenti “da soli” e ci abituiamo a percepirci così.
L’immagine mentale di noi stessi pertanto cambia, magari senza che ce ne accorgiamo, e per noi è condizione normale starcene, per esempio, soli per ore oppure uscire insieme a cena aspettando le portate spesso rapiti dal telefono esattamente come il nostro commensale. Presenza-assenza.
Proprio l’immagine mentale che abbiamo di noi stessi è importante, perché pre-forma, anzi tecnicamente in-forma, cioè “organizza”, il nostro essere-nel-mondo quasi programmando la nostra postura e posizione nel mondo. Cioè, come io mi vedo è la base della percezione che poi ho delle cose. Più protraggo in me un’immagine più queste diventa familiare ed induce all’abitudine di vedermi così, attuando come una spirale senza fine di comportamenti che, più sono stabili, più sono identificanti e più ci danno quella sicurezza che la ripetitività sa dare alla nostra mente.
L’individualismo è dunque cresciuto, secondo me, sia per vuoto storico delle ideologie, sia per l’abbondanza materiale e tecnologica nella c.d. società del benessere, incrociandosi e reciprocamente accrescendosi con il consumismo. Consumismo che appunto, per me, sta cambiando faccia e si sta rafforzando nonostante le ormai consolidate forti preoccupazioni per l’ambiente e per la sostenibilità, ma del consumismo parlerò nel prossimo episodio.
Un fatto importante è che questo individualismo cognitivo, sulla percezione di sé e sulla comprensione del mondo, diviene poi “morale”: dato che da come io vedo me stesso e le cose sviluppo la mia identità e da come mi identifico nell’ambiente di conseguenza agisco, l’etica, ovvero le nostre azioni e gli effetti che hanno, è il capolinea naturale di tutto questo processo.
Focalizziamo ancora sulla base della nostra natura, sulla relazionalità, su cui insisto come elemento fondamentale dell’umano.
Il recesso delle ideologie ci ha lasciato più soli, oggi abbiamo enormemente, maggiori capacità oggettive di comunicazione e scambio, ma, come detto, il rischio è che rimaniamo di fatto più tempo da soli. Gli IP, del resto, sono confortevoli e non ti si siedono accanto, non ti guardano.
Ora, io credo alla costruzione condivisa del pensiero, alla natura aperta del nostro riflettere ed al valore della condivisione delle idee, che tanto più ristagnano nei singoli individui tanto più si irrigidiscono. Le idee sono il sangue dell’umanità, devono circolare.
Oggi circolano forse anche meglio che in passato, ma sorgono e giungono in menti assuefatte alla infosfera nel modo che abbiamo visto. Il sangue circola, ma ha una composizione diversa e gli organi a cui giunge sono a loro volta fatti di tessuti e quindi di cellule diverse anch’esse. Le cellule siamo noi.
Aristotele dedicò una delle sue più grandi opere a suo figlio Nicomaco, evidentemente perché credeva che quanto scritto in essa fosse molto importante. Ed io credo che lo sia. Si tratta dell’Etica Nicomachea. In questo libro questo grande pensatore indaga il fine ultimo dell’essere umano. Conclude che debba essere la felicità, ma constata anche che la felicità permanente, definitiva, nella vita limitata e piena di necessità ed imprevisti come quella umana la felicità piena non sia conseguibile o mantenibile.
Trova allora che il più grande obiettivo raggiungibile umanamente sia proprio il poter pensare insieme, con gli amici e con chi ha passione per la sfida della comprensione delle cose, cioè il syn-philosophein.
Ma quale pensare in particolare? Il fare filosofia, non il pensare generico. Perché? Perché il pensiero umano può essere addestrato, educato, raffinato attraverso lo studio del suo funzionamento e la sua continua applicazione critica, non rigida e perfezionata dallo scambio. Questo è un bel significato della parola “filosofia”, costruire insieme qualcosa che esprima le migliori qualità della nostra natura umana: appunto la razionalità, che per me è molto più del solo raziocinio e di cui magari parlerò in un episodio a parte, e la relazionalità, fare insieme. Condividere esperienza.
Le ideologie invece sono un po' come la scelta a priori di uno strumento con cui fare qualcosa ci complesso. Potrai anche scegliere uno strumento speciale e raffinato, ma prima o poi non riuscirai a completare ciò che vuoi fare.
Esempio: smontare un’automobile con un cacciavite. Presto o tardi ti servirà molto altro: chiavi inglesi, pinse, etc.. Ma non è solo questo: avrai presto bisogno di aiuto da qualcun altro, per ché molte cose sono pesanti o troppo grandi o difficili da fare per una sola persona.
Un’automobile è cosa infinitamente meno complessa del mondo, per quanto un’idea possa essere anch’essa più complessa di un cacciavite.
E allora… non vedi che con pochi attrezzi e soprattutto da solo non ce la farai? Da un lato il difetto delle ideologie, dall’altro quello dell’individualismo che alla loro assenza è conseguito. La risposta ad entrambi è la stessa: syn-philosophein!
Ecco lo scopo del mio podcast, syn-philosophein, contro la solitudine strisciante del pensiero, la condivisione, per dire “questi sono i miei pochi attrezzi, quello che ho” e per metterli insieme con coloro a cui capiterà di ascoltarmi.
L’individualismo post-ideologico è dunque una conseguenza storica, creata da noi, e come tale invertibile, e possiamo combatterla già sul piano individuale.
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[1] L’infosfera è un concetto utilizzato dal filosofo L. Floridi per decifrare l’interazione continua del mondo fisico e digitale, resa con l’espressione “on life”. Si veda in particolare il suo testo Pensare l'infosfera. La filosofia come design concettuale, 2020.
[2] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, 1951.