filosofia,  antropologia, geopolitica:

solopensando

 

 

dal Podcast Recinto Moderno

 

Episodio 6

 

 

Il lato oscuro della libertà

 

 

Tocchiamo oggi un tema portante della nostra contemporaneità occidentale: la libertà, concetto molto più scivoloso di quanto si possa credere, ma al contempo dogma identitario delle nostre civiltà liberali. Questa proclamata libertà può davvero, in senso pressoché assoluto, rappresentare il meglio della civilizzazione che esprimiamo? E se, paradossalmente, in quanto valore-simbolo, recasse proprio dentro di sé alcuni germi di una visione di violenza o prepotenza della società?

 

La libertà, almeno dal diciannovesimo secolo, è parte integrante del dibattito pubblico diffuso in Occidente.

 

In realtà, la sua “moderna” tematizzazione filosofico-politica affonda le radici già nel tardo ‘500 e nel ‘600; in particolare, fra gli altri, con le opere di Hobbes e Locke.

 

La riflessione sul tema nasce nel solco dell’analisi del rapporto fra potere e sudditi (poi cittadini) e sulla legittimazione dell’autorità statale come garante della civile convivenza.

 

Successivamente, con l’avvento e lo sviluppo della modernità in tutta la sua forza elevatrice dell’essere umano nel progresso, la libertà ha assunto una connotazione maggiormente legata alla singola persona in chiave di Homo Faber, qualificandosi elemento innegabile dello status di essere umano in quanto, se non cittadino del mondo, almeno cittadino bianco europeo o di origine europea (v. USA)… (si pensi alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, all’art. 1 “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.”; ed al successivo art. 4 “La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. (…)”), perché a ben vedere proprio durante lo sviluppo del tema della libertà come status naturale legato alla garanzia della legge di marca illuministica assistiamo anche alla concomitante presenza – e legittimazione filosofica da parte di non poche gradi personalità del tempo, si pensi a Washington, Jefferson e Madison, considerati niente meno che “Padri” o Maggiori della nazione statunitense forgiata di illuminismo, possedevano schiavi durante il loro mandato, come molti altri Presidenti successivi… nazione USA di cui la Costituzione del 1776 non ne aveva previsto infatti l’abolizione – ma solo una “regolamentazione”…, abolizione che sarebbe giunta solo con il XIII Emendamento del 1865 – dopo oltre 100 anni e una devastante Guerra Civile.

 

Dunque, come accennato, con l’esponenziale sviluppo economico e con il progresso scientifico, lo spirito moderno è giunto alle soglie della contemporaneità con un’immagine dell’essere umana autoreferenziale, in cui la fiducia sempre maggiore nelle proprie capacità, nella parabola del positivismo durata fino all’inizio del XX secolo, ha visto l’uomo misura di tutte le cose.

 

E, se diveniamo misura di tutto, per converso nulla ci può limitare.

 

Si è così accesa, nella coscienza diffusa, l’abbagliante fiamma della libertà fine a se stessa in quanto, allo stesso tempo, condizione naturale e corollario della nostra capacità di incidere sulla natura e di signoreggiare sul mondo.

 

Poi, è iniziato lo scollamento.

 

Preannunciato, emblematicamente, dall’improba opera di Nietzsche, l’autorappresentazione dell’uomo liberissimo e volente, e quindi capace, si è scontrata con la corrosiva nuova prospettiva scientifica di inconciliabilità delle leggi fra mondo macroscopico e microscopico (subatomico).

 

La coincidente morte dello scientismo ha tirato giù con sé la fiducia positivistica ed il clima antropologico si è fatto improvvisamente grigio, nella cupa incertezza di fronte ad un mondo che si è svelato meno accessibile, e soprattutto meno comprensibile e dunque meno malleabile, di quanto si fosse prima creduto.

 

Ma lo scollamento si è prodotto anche, per quello che qui ci interessa, fra senso di potenza e senso di libertà.

 

Quando la prospettiva di una libertà fine a se stessa, in quanto condizione assoluta, autocelebrata come naturale e soprattutto avocata come fonte di potere individualistico, cessa di essere supportata da una fiducia tecnica per poterla esercitare in tutta la sua illimitatezza (illimitata nel senso visto prima: se l’uomo è misura di tutto, nulla misura l’uomo), allora il castello cade e la libertà viene mantenuta in vita non più come condizione motrice dell’identità antropologica occidentale contemporanea, ma come totem, idolo in cui è necessario credere per non scivolare ancora più giù, nell’incertezza più buia di ogni altra provata in passato, perché persistente nonostante tutto il progresso acquisito ed il cammino faticoso per la tanto desiderata civilizzazione.

 

Tutto questo processo ha indotto, come “per compensazione”, ad elevare nella nostra coscienza ancora di più la libertà, a renderla simbolo da difendere a tutti i costi, per garantire la legittimazione del passaggio, civilizzatore più che antropologico, da homo sapiens a homo sapiens sapiens.

 

Siamo così giunti ai nostri giorni, in cui continua a valere maggiormente attuare, con ogni proprio momento disponibile, insindacabilmente la propria libertà: ecco la radice profonda del nostro individualismo e della società dei consumi di ho già parlato in precedenza.

 

L’unico modo per mantenere fiducia in noi stessi è infatti percepirci come liberi a tutti i costi, inflazionando il nostro senso di libertà fino renderci tossicamente dipendenti della sua visibilità e tangibilità: consumi, esperienze estreme, luoghi sempre nuovi da mostrare… modellando il mondo e gli altri anche e nonostante ingiustizie e conflitti. Perché la libertà è talmente basilare per la nostra identità che non possiamo non vederla altrettanto basilare per gli altri.

 

Il problema in fondo è proprio questo.

 

Ovviamente la libertà è condizione naturale per l’esistenza umana. Ma quale libertà?

 

Quella di scegliere come adeguarsi alla realtà (torna la mai troppo citata importanza del principio di realtà e grazie ad esso, della concezione dell’intelligenza come capacità di adeguamento, e quindi della comprensione ampia del nostro pensiero come pensiero integrale, visto nello scorso episodio, cioè come visione capace di considerare tutti quegli elementi, che non solo cognitivamente compongono la nostra esistenza, ma che, anche e soprattutto che concretamente, incidono sul nostro agire e quindi sullo spazio di libertà in cui li nostro agire necessariamente si snoda).

 

Esiste la libertà, nel senso – forse - di una limitata libertà di scegliere le proprie azioni in modo propositivo quando le condizioni reali lo consentono, ma esiste soprattutto la libertà di azione reattiva, quindi di re-azione (l’adeguamento) rispetto a ciò che non possiamo controllare nel suo accadere o no. Le giornate e gli eventi spesso, lo impariamo continuamente, ci arrivano addosso.

 

Invece, il feticcio della libertà così come visto, cioè in quanto veicolato dalla crisi profonda del nostro potere di capire ed agire nel mondo, ha inflazionato il valore percepito del nostro essere liberi, stravolgendone il significato.

 

Ci troviamo in una paradossale falsificazione della libertà, data dalla continua pretesa e ricerca di una astratta e generica condizione di “assenza da vincoli” (affettivi, economici, temporali, fisici, etc.) che, posta così, non ha in realtà molto senso, ma in cui ci vogliamo sentire accolti per tutelare un senso di benessere e di primato nel mondo che effettivamente è fittizio o al più incontrollabile.

 

Ulteriore elemento, che si aggiunge a quelli esaminati nei primi 4 episodi del Podcast, e che ci separa dal contatto fruttuoso con la realtà.

 

Perché questo senso gonfiato di libertà nuoce non solo alle nostre aspettative quotidiane e soprattutto al rapporto con gli altri, poiché ovviamente la propria libertà è spazio bellico in confronto costante con quello degli altri, ma danneggia anche sul piano collettivo la politica alla sua base: se la libertà come sopra descritta fonda ogni “confronto” (contatto, ogni nostra interazione) con la realtà, allora ogni dialettica diventa “scontro” e questo scontro sarà esistenziale perché volto ad affermare libertà, concepite come essenziali ma contrapposte allo steso tempo. Cioè, lo scontro alza progressivamente ed esponenzialmente la propria posta in gioco nella intima convinzione - di cui non è contemplabile la perdita a meno di non rinunciare alla propria identità che, come visto, proprio sulla libertà fine a se stessa si regge - che solo l’affermazione della propria libertà ne possa dimostrare l’esistenza, esistenza che per il senso antropologico contemporaneo è possibile solo idealmente e che quindi, come ideale assoluto, può farci sentire autorizzati ad azioni drammatiche, ma sempre giustificabili alla luce di tale valore metafisicamente fondante e come tale incomprimibile e che, fra l’altro contraddittoriamente, viene percepito allo stesso tempo sia come base metafisica sia come guadagno identitario irrinunciabile, anzi direi obbligatorio e quindi imponibile agli altri per dovere morale categorico (qui il richiamo è all’episodio, l’alienazione poststorica).

 

Le narrazioni associate a molte delle guerre in corso oggi ne sono una tragica riprova.

 

Ripeto, esiste la libertà, ma come campo di gioco della nostra esistenza. Come tale, con tutte le sue variabili, incognite e affezioni fisiche mutevoli di ogni terreno concreto.

 

In effetti, sul piano storico provochiamoci così: se la libertà è un valore assoluto di assenza di vincoli, più che una condizione esistenziale empirica e pertanto variabile, e se come valore può essere propagandabile, esportabile, allora il “trapiantarla” anche a mezzo di coercizioni (le politiche neocoloniali di nation building?) ed eventi violenti (non per forza guerre: sommosse indotte, guerra psichica, etc.) non costituisce di per sé una sua negazione intollerabile?

 

La libertà, per essere tale, può solo essere acquisita personalmente.

 

Quindi, il lato oscuro della libertà come totem contemporaneo consiste secondo me nell’aver dimenticato che, in quanto esseri limitati, sebbene aperti alla possibilità dell’infinito, spesso confondiamo la distinzione fra potenza ed atto (caro Aristotele): nelle nostre azioni-attuazioni, con ogni nostra scelta, noi de-limitiamo la nostra stessa libertà proprio mentre la esercitiamo. L’attuazione elide istantaneamente la condizione di potenzialità che la precedeva.

 

Questa, credo, è la sola concreta esperienza di libertà che possiamo avere.

 

Agganciarsi ad un concetto, vago più che assoluto, di libertà come traguardo di vita condotta da atomi isolati e recursivi della continua ricerca di dimostrarsi più liberi possibile conduce a null’altro che ad una forma nuova di schiavitù, negazione in termini di ogni libertà, quella schiavitù della libertà provata ad ogni costo, con il massimo utile individuale possibile sempre.

 

Oltre a questa prospettiva antropologica, interessa anche traslare il discorso sul piano civile: la libertà come “pacchetto” di libertà fondamentali, diritti civili e politici, ha senso perseguirla solo e se il pacchetto sia inteso in senso “modulare” o variabile, cioè in quanto adattabile alle condizioni della collettività specifica. Va da sé che, con quanto detto, anche in questo caso “calare da fuori” un simile processo, pur se apparentemente positivo, si scontrerebbe inevitabilmente con l’assenza di condizioni culturali, sociali, organizzative e di sensibilità politica minime idonee ad assicurarne il mantenimento.

 

Cioè, anche sul piano collettivo ed internazionale, la libertà (libertà-pacchetto in questo caso) ha senso solo se incarnata come cammino proprio e non eterodiretto.

 

Al massimo, è possibile favorire, forse ed alla lunga, il processo con scambi e relazioni idonee fra culture e società diverse.

 

Ma qui si torna al concetto del 2’ episodio: Syn-philosophein.