capiamo insieme come

                                            uscire dal recinto

Focus 14.08.2026

 

 

Muscoli del presente

e memoria della storia

Quando il presente mostra i muscoli la storia rischi di ripetersi.

Esistono tante concezioni della storia, almeno quante sono filosofie che le definiscono.

Noi occidentali diamo per scontata una visione lineare del tempo, che in realtà a mio avviso sembra essere solo una distorsione semplicistica, spiegata attraverso la visione escatologica cristiana, dall’anno 0 della nascita di Cristo all’avvento dell’Apocalisse.

Forse andrebbe approfondito maggiormente il valore della centralità e unicità della persona, per notare che, intendendo la storia come una lineare progressione lineare che omogeneizza tutto e tutti, proprio il concetto irripetibilità della persona, architrave del messaggio cristiano, ne verrebbe a soffrire.

Vi son poi concezioni cosmicistiche, karmiche, finanche eterne della storia, che sfidano la mente nell’inestricabile paradosso di un tempo eterno.

Ancora, sono state formulate teorie circolari della storia, più o meno assolute, ed anche spiraliformi, in cui i cicli storici si sovrapporrebbero in una successione ascendente e dunque direzionale e quindi finalistica.

Alcune delle teorie della storia presuppongono, secondo la forma che esse ne danno, che la storia possieda leggi che travalicano li tempo per definizione, altrimenti non sarebbero leggi storiche.

Non so quanto possa essere dimostrabile che la storia abbia delle leggi intrinseche.

Di certo, a mio parere, la storia non si ripete: nel senso che, anche volendo dare per “uguali” certe condizioni di contesto, proprio il fatto che siano di contesto le rende di fato irreplicabili.

Tuttavia, volendo proseguire la riflessione con tale premessa, ovvero accettando che non esistono leggi storiche definite, si potrebbe almeno affermare che una legge della storia sarebbe proprio il fatto di non avere leggi.

Eppure, lo studio della storia è ad avviso di chi scrive una disciplina molto importante, ma spesso troppo trascurata.

Il fatto che non vi siano leggi sistematiche non rende la storia inutile.

Semplicemente, così come per gli individui, anche la storia dei popoli riflette i condizionamenti della realtà, e si esplica anch’essa secondo la logica della causalità.

Proprio in quanto prodotto umano per eccellenza, in quanto esito della somma dei comportamenti di tutti, la storia sa offrire lezioni fondamentali.

Nelle relazioni umane, l’esibizione della forza sopperisce sempre alla mancanza di qualcosa: il fallimento di un dialogo, l’incapacità di comporre un equilibrio di interessi, una volontà carente.

La mancanza di qualcosa presuppone l’incompletezza di un “sistema”: un dato stato di cose cessa di essere sostenibile nel tempo, in assenza di mutamenti strutturali nel sistema stesso.

Forse, la congiuntura internazionale odierna ci sta mostrando proprio questo: il vecchio “ordine” globale a cui eravamo abituati ha perso alcuni dei suoi elementi, la cui mancanza dispone gli attori in gioco a ruoli più assertivi.

Ancor auna volta, la dimostrazione di forza è la risposta ad una mancanza.

La crisi del multilateralismo, almeno per come lo abbiamo conosciuto noi provinciae pacatae della Nato europea occidentale, accende individualismi sia originari sia di occasione o addirittura velleitari.

Il problema è che, se in una stanza sempre più persone iniziano ad alzare la voce, la qualità delle interazioni può scadere fino al punto da rendere il dialogo inutile.

Qui arriva il nucleo della riflessione, considerando: 1) che la stanza è il mondo ed uscirne non è un’opzione; 2) che i membri presenti nella stanza, non potendo uscirne, non possono smettere di interagire fra di loro (geopoliticamente: non possono esistere vuoti di potere), lo scenario conseguente è un mutamento nel sistema delle relazioni.

La mutazione delle relazioni, significando un mutamento della forma del dialogo, potrà attuarsi in due modi: esclusa la possibilità del silenzio (impossibilità di vuoti di potere), o A) cambierà la forma di relazione (come fra gli individui, esasperazione delle voci fino ad escalation fisica), o B) si tornerà ad un dialogo proficuo (le voci si abbassano).

Il problema è che tornare a B), il dialogo misurato e quindi sensato, presuppone li recupero da parte del sistema di quegli elementi che, proprio in quanto cessati, ne hanno provocato lo squilibrio e dunque la tensione.

Storicamente, la fine di una fase non vede mai il ripristino della fase stessa, a meno di un oneroso sforzo di resilienza del sistema. Nel nostro caso tale possibilità sembra esclusa proprio dalla irreversibilità degli effetti provocati dallo squilibrio stesso (un esempio su tutti: si pensi alla deindustrializzazione USA che non può permettere almeno in tempi brevi né medi, il recupero delle scorte di arsenale spesi nelle guerre attuali. Fattore questo che incide non poco sulla politica estera delle ultime settimane).

Sembra rimanere in corsa l’ipotesi A), del mutamento di mezzo delle relazioni. Del resto, è almeno in parte lo scenario già tristemente in corso.

Un via alternativa, forse, potrebbe presentarsi nel momento in cui alcuni dei soggetti nella stanza decidano, insieme, di dissociarsi dalla discussione generale, quella ad alta voce che può degenerare, per parlarsi fra loro a voce bassa con l’intento id recuperare uno spazio comune di senso.

Questa eventualità rappresenta bene come la crisi attuale del multilateralismo, scatenata da politiche muscolari e per lo più nazionalistiche se non con sfumature isolazionistiche (l’isolazionismo è per definizione mera utopia), possa disinnescare la decadenza del dialogo solo mediante nuove forme di concerto, inizialmente a livello più locale e regionale, per poi raggiunger quella massa critica sufficiente ad influenzare anche gli “elefanti” nella stanza.

Ricostruire il prima possibile, dal basso e dal piccolo.

La domanda, infine, diventerà allora questa: chi farà prima?

Focus 13.08.2026

 

 

Il rischio di scivolare

da Prometeo a Epimeteo

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Più meno tutti conosciamo la figura mitologica di Prometeo, colui che, in opposizione a Zeus, osò favorire gli uomini donando loro, da ultimo, il fuoco (di cui Zeus li aveva privati).

Sorvolando qui sull'intera storia e sull'atroce vendetta di Zeus in particolare, è utile ricordare che Prometeo aveva un fratello, di nome Epimeteo.

Il senso lato dell'etimo dei due è la ragione per cui si offre questo richiamo al mito antico.

Prometeo è divenuto immagine di sfida continua e di capacità di affrontare l'ignoto attaverso l'industriosità e la scoperta, anche a dispetto dei propri limiti, imposti o di natura. Epimeteo, giustamente meno noto ai più, era il fratello di minore ingegno.

Proprio i due nomi ci segnalano tale differenza: pro-meteo richiama la capacità di prevedere, quindi in qualche modo di anticipare il tempo; epi-meteo denota invece un senso di ritardo rispetto al corso delle cose, un seguire il tempo invece di prevederlo o di tenerne il passo.

Questo parallelo aiuta nella riflessione odierna: la velocità con cui la nostra capacità innovatrice sta plasmando il nostro modo di vivere potrebbe, inavvertitamente, renderci incapaci di prevederne gli scenari stessi di sviluppo.

In altre parole, il fascino del dinamismo tecnoscientifico e digitale segna l'oscura inversione dei rapporti di forza fra due nostre capacità: di incidere sul mondo e di gestirne le conseguenze.

Ora che la tecnica è essa stessa artefice di sè, e non più solo arte disponibile finitamente nelle nostre mani, il rischio è di rovesciare l'orizzonte antropologico.

La fascinazione dei guadagni, sempre più quotidiani nelle applicazioni pratiche, derivanti da questo passaggio all'arte autopoietica, in cui chi ne guadagna si arricchisce esponsenzialmente e chi ne è fruitore (consumatore) se ne serve comodamente, sembra la quadra universale perfetta per un progresso a tutto tondo dell'umanità: chiunque percepisce una propria utilità nella veloce corsa al risultato.

Ma la quadra potrebbe trasformarsi facilmente in livella verso il basso del nostro cammino: rincorrendo i vantaggi manifesti potremmo inciampare nei pericoli nascosti.

Se il problema è la tecnica, la quale è prodotto umano per definizione. allora la risposta - mai esaustiva - è nell'umano.

Continuare a discettare sul futuro focalizzandoci solo sul tema delle capacità e dei rischi della tecnologia in sé potrebbe significare continuare a guardare il dito invece di osservare la luna che indichiamo.

Il problema, alla radice, è sempre lo stesso: la felicità.

Cosa intendiamo per felicità e come, in base alla definizione che ne diamo, ci poniamo per conseguirla.

La crisi di questo dilemma è oggi radicalmente amplificata dal fatto che stiamo perdendo il senso del tempo, dato che la velocità di cui disponiamo tecnicamente ci sta abituando a concedere meno spazio alla focalizzazione dei nostri obiettivi profondi ed alla paziente pianificazione per attuarli.

Viviamo in senza senso del tempo significa avanzare in assenza di strategia, dove la sola tattica “a corto raggio” della soddisfazione del maggior numero di bisogni e desideri nel minor tempo possibile si sgancia da un disegno umano personale di lungo respiro e schiaccia la nostra natura di esseri intenzionali, a scapito della decantazione degli impulsi immediati e della nostra capacità di plasmarci identitiariamente in progressione, invece che in compressione.

Compressione che, infine, genera tensione e contrasto perché nel profondo si percepisce di essere violati, pur nell'anaestesia di un limbo esistenziale, fra la crescente possibilità di fare e la latente inconsistenza delle proprie soddisfazioni.

Il cerchio si chiude con un grande elemento chiave della nostra contemporaneità: Sua Maestà (non a caso necessaria e per questo sempre pià ricercata), la distrazione.